Stranger Things: nostalgia anni ’80, misteri e domande che fanno pensare

Quando ho iniziato a guardare Stranger Things su Netflix pensavo fosse “solo” una serie con mostri e ragazzini in bici. In realtà è molto di più. La serie è ambientata negli anni ’80 nella cittadina immaginaria di Hawkins e comincia con una scomparsa: Will Byers sparisce nel nulla e i suoi amici iniziano a cercarlo. Da lì si apre un mondo inquietante, il “Sottosopra”, popolato da creature come il Demogorgone. La cosa che mi ha colpita di più è che, anche se è una storia di fantascienza (teoricamente inverosimile), si ispira a elementi reali. Per esempio, il laboratorio segreto di Hawkins richiama progetti realmente esistiti durante la Guerra Fredda, come il Project MKUltra, un programma della CIA che negli anni ’50 e ’60 sperimentò tecniche di controllo mentale su persone non consapevoli. Non c’erano portali verso altre dimensioni, apparentemente, ma l’idea di esperimenti segreti su esseri umani non è pura invenzione. Non è sempre così impossibile come sembra. Un altro aspetto interessante è l’ambientazione storica. Gli anni ’80 vengono rappresentati tra tensioni politiche, paura del nucleare e diffidenza verso il “nemico” sovietico. In alcune stagioni compare infatti il tema dei russi e delle basi segrete, che riflette proprio il clima della Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Da studentessa del Liceo delle Scienze Umane, posso affermare come mi ha fatto riflettere molto anche il personaggio di Undici. È una ragazza cresciuta in isolamento, sottoposta a esperimenti, privata di relazioni affettive sane. Questo ci permette di porci domande psicologiche importanti: cosa succede allo sviluppo emotivo di un bambino senza una figura di riferimento sicura? Come influisce il trauma sull’identità? La serie non dà risposte precise, ma mostra in modo abbastanza realistico le conseguenze della solitudine e della manipolazione. Secondo me uno dei punti di forza è il valore dell’amicizia. Mike, Dustin e Lucas non sono eroi perfetti, sono adolescenti impacciati, a volte litigano, ma restano uniti. In un periodo come il nostro, dove spesso le relazioni sono mediate dai social, vedere un gruppo che si sostiene davvero è quasi “fantascientifico”, non credete? Proprio come Steve, che decide di combattere il male per la donna che tanto ama, anche se non contraccambiato; in fondo, l’amore è la miglior fonte di coraggio, che nemmeno la paura può scalfire. 

Ma la vera domanda è: potrebbe succedere nella vita reale? Beh, non esistono prove scientifiche dell’esistenza di universi paralleli accessibili con un portale nel muro del laboratorio. La fisica teorica ipotizza il multiverso come possibilità matematica, ma siamo lontanissimi da qualunque dimostrazione concreta. Tuttavia, gli abusi di potere, gli esperimenti non etici e la manipolazione politica sono purtroppo realtà storiche documentate. Ed è proprio questo mix tra fantasia estrema e radici nel reale che rende la serie così coinvolgente. Vi consiglio, quindi,  di guardare Stranger Things non solo per la trama avvincente, ma perché riesce a parlare di crescita, paura, amore e perdita in modo accessibile anche ai ragazzi della nostra età. Alla fine, più che chiederci se il Sottosopra possa esistere, forse dovremmo chiederci cosa rappresenta: le nostre paure, ciò che non comprendiamo, o le conseguenze di scelte fatte senza responsabilità; di come molto spesso diveniamo vittime di noi stessi e prigionieri della nostra stessa mente. Ecco come anche solo una canzone, che rappresenta il nostro essere, può riportarci sulla strada giusta. E forse è proprio questo che rende la serie così potente: usa il fantastico per raccontare qualcosa di molto umano.

 Con tutti coloro che invece hanno già avuto occasione di guardare questa bellissima serie tv, vorrei parlare di uno dei personaggi più sottovalutati: Vecna. In particolar modo, della scena della sua morte, dove tossisce morente cercando di tirar fuori le parole “Per favore non-”. Il momento più umano di questo personaggio, ci permette di capire come il “vero” cattivo della storia non fosse lui, ma il suo trauma. La sua stessa mente che lo traeva in inganno non permettendogli di ricordare il suo passato e chi fosse davvero. In fondo, un cattivo non è mai un cattivo senza un passato o un motivo.

Mi piacerebbe inoltre parlare della conclusione: c’è chi dice che i finali aperti siano i peggiori.  

C’è chi crede che Undi sia ancora viva e chi invece crede che sia andata via per sempre. Ed è proprio questo il bello dei finali aperti: la possibilità di poter interpretare ogni sguardo, ogni scena, ogni dettaglio come vogliamo e credere a ciò che, ai nostri occhi, risulta più plausibile o forse semplicemente ciò che il nostro cuore spera. Diventiamo così non più semplici “osservatori” ma autori delle scelte dei personaggi, insieme al regista. 

Concludo con una delle frasi che hanno lasciato un segno indelebile nel mio cuore: “E quando la vita ti ferisce, perché lo farà, ricorda che il dolore, il dolore è positivo, significa che sei fuori da quella grotta”.  -Jim Hopper

Articolo di Elisabeth Colasanto, classe 4B del Liceo delle Scienze Umane, plesso Staffa, a.s. 2025/2026

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