Dal 25 febbraio al 28 marzo, abbiamo avuto l’incredibile opportunità di partecipare al progetto Erasmus+, lasciando i banchi di scuola per immergerci nel cuore pulsante del sud della Francia: Bordeaux. È stato un mese diverso da tutti gli altri, fatto di novità, piccoli ostacoli e tante scoperte, non solo del luogo, ma anche di noi stesse.
Quando siamo partite, avevamo in valigia vestiti, aspettative e qualche paura che cercavamo di ignorare. Non sapevamo cosa avremmo trovato, ma sentivamo che quel mese avrebbe lasciato qualcosa dentro di noi. Non immaginavamo quanto. C’era l’entusiasmo di partire, ma anche quella sottile insicurezza che arriva quando si lascia tutto ciò che è familiare.
I primi giorni erano fatti di silenzi e osservazione. Passare dai libri di testo ai clienti reali non è stato immediato. Tra “Bonjour” e “Merci”, abbiamo imparato a gestire richieste specifiche, scadenze e ordini, mettendoci alla prova in un contesto completamente nuovo. Ogni interazione era una sfida, ma anche una piccola conquista che ci faceva sentire sempre più autonome.
Per una di noi, lavorare in un negozio di alimentari italiani a Bordeaux significava essere, in un certo senso, una vera e propria ambasciatrice del gusto. La mattina iniziava sempre con il saluto alla titolare e, con lei, si passava con naturalezza dall’italiano al francese, creando quella particolare atmosfera familiare che spesso solo chi vive lontano dal proprio Paese riesce a costruire. Avere una responsabile con doppia nazionalità durante l’Erasmus è stato un grande vantaggio: oltre a guidare nel lavoro quotidiano, è stata anche un importante punto di riferimento linguistico. Correggeva i verbi francesi mentre si parlava e, a volte, venivano ricordate insieme espressioni italiane che non sentiva da tempo. Grazie a questo rapporto è stato possibile capire meglio anche i piccoli codici culturali francesi: il modo di rivolgersi ai clienti, l’importanza di un “Bonjour” detto con naturalezza prima di ogni cosa, mantenendo però quel calore e quell’accoglienza tipicamente italiani.
L’altra ha vissuto un’esperienza lavorativa diversa, ma altrettanto significativa. Una parte importante della giornata era dedicata alla preparazione dei dolci, un’attività che richiedeva attenzione, precisione e cura nei dettagli. Si occupava anche di sistemare i prodotti e di organizzare gli spazi in modo ordinato e armonioso. Tra gli aspetti più interessanti c’era la parte creativa: realizzava piccole lavagnette artistiche per scrivere i prezzi e attirare l’attenzione dei clienti, cercando di renderle ordinate ma anche originali. Preparava inoltre i cartellini da associare ai vari prodotti, un lavoro apparentemente semplice ma che richiedeva precisione, senso estetico e molta cura. Anche attraverso questi piccoli gesti emergeva quanto, in un negozio, ogni dettaglio contribuisca a creare un’atmosfera accogliente e a comunicare qualcosa a chi entra.
Camminavamo per le strade della città guardandoci intorno come se stessimo entrando in un film: i palazzi chiari, la luce dorata, le persone sedute ai tavolini dei caffè. Ci fermavamo spesso ad osservare i dettagli, come se volessimo assorbire tutto. Tutto sembrava così lontano dalla nostra quotidianità, e allo stesso tempo incredibilmente affascinante. Noi eravamo lì, ma una parte di noi si sentiva ancora spettatrice, come se non fosse tutto del tutto reale.
Poi, piano piano, qualcosa si è sciolto.
La lingua, che all’inizio era un muro, è diventata un ponte. Ogni parola detta con esitazione, ogni tentativo, anche imperfetto, erano piccoli passi verso una versione di noi più sicura. Abbiamo iniziato a parlare senza pensare troppo, a lasciarci andare, e in quei momenti abbiamo capito che non serve essere perfette per farsi capire: basta avere il coraggio di provarci e di mettersi in gioco.
Ma il cambiamento più grande non è stato fuori. È stato dentro. Per la prima volta ci siamo ritrovate davvero sole, lontane dai nostri punti di riferimento. E lì abbiamo scoperto una cosa che non avevamo mai capito fino in fondo: saper stare da sole è diverso dal sentirsi sole. Abbiamo imparato a convivere con i nostri pensieri, a darci tempo, a conoscerci meglio senza distrazioni. È stato un confronto silenzioso, ma importante.
Ci sono immagini che ci restano addosso come fotografie: camminare senza meta mentre il cielo cambiava colore, sentire il rumore dei passi sulle strade, perderci tra i pensieri senza fretta. Momenti semplici, quasi invisibili, ma pieni di qualcosa che non sappiamo spiegare… forse libertà, forse crescita, forse solo la consapevolezza di stare vivendo qualcosa di nostro.
Bordeaux non è stata solo una città. È stata una sensazione. Una pausa dalla nostra vita di sempre, ma anche un inizio, un punto di svolta che porteremo con noi anche dopo questa esperienza.
Quando siamo tornate, tutto era uguale. Le stesse strade, le stesse abitudini, le stesse persone. Ma noi no. Dentro di noi qualcosa era cambiato, anche se in modo silenzioso.
E forse è proprio questo il senso di partire: tornare nello stesso posto, avendo occhi diversi.
Articolo a cura di Flavia Porcella e Stefania Pia Vitto – Classe 4B – Liceo delle Scienze Umane – A.S. 2025/2026
